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Assistenti religiosi: le onerose convenzioni dell’AUSL Bologna

10 gennaio 2014

Seconda puntata dell’inchiesta del Circolo Uaar di Bologna sull’assistenza religiosa cattolica nelle strutture sanitarie. Dopo aver analizzato le onerose convenzioni del Sant’Orsola, è ora la volta dell’AUSL Bologna. La Direzione Generale dell’Azienda USL Bologna dichiara che l’unico atto in suo possesso riferito all’assistenza religiosa è la convenzione contenuta nella deliberazione 269 del 22/11/2005 la quale, sottilinea la Direzione Generale, “prevede il rinnovo tacito di anno in anno”. Andiamola dunque a esaminare.

Come prevedibile, l’assistenza religiosa cattolica è profumatamente pagata dai contribuenti anche all’ospedale Maggiore e nelle altre strutture sanitarie dell’AUSL Bologna. Per nove assistenti religiosi (AR) l’AUSL versa, dal 2006, 268.000 euro l’anno direttamente nella casse della Curia. Sono circa 30.000 euro per assistente religioso scelto a insindacabile giudizio dell’ordinario diocesano.

E già i conti non tornano: perchè un AR al Sant’Orsola costa 25.585,20 euro l’anno (dato 2013, dove cinque AR costano 127.926 euro) mentre al Maggiore o al Bellaria ne costava già nel 2006 ben 29.777,77? Eppure la legge regionale di riferimento è la stessa, e per gli assistenti religiosi parla di “trattamento economico del settimo livello” (ora categoria “D”). Il cui lordo ricavato dalle tabelle contrattuali è più basso di entrambe le cifre. Che i compensi siano stati arrotondati in eccesso di qualche migliaio di euro?

Altro aspetto controverso è il passaggio dal regime di pianta organica a quello di convenzione. Fino al 2005 infatti al Maggiore erano presenti quattro AR stipendiati direttamente dall’ospedale. Dal 2006 anche questi sono confluiti nel regime di convenzione. La differenza è che nel primo caso i soldi pubblici venivano dati agli AR dall’ufficio stipendi dell’ospedale, mentre in regime di convenzione vengono dati alla Curia. In altre parole prima erano sicuramente assoggettati a tassazione e dunque una parte ritornava nelle casse pubbliche, dopo spariscono nelle casse di via Altabella, che non ci risultano essere sottoposte ai controlli ordinari dell’Agenzia delle Entrate.

Non è finita. L’erogazione annua di 268.000 euro è relativa a un numero di nove assistenti religiosi fissato nel 2006. La normativa prevede che il numero di AR dipenda dai posti letto. Visti i tagli che questi hanno subito negli ultimi anni c’è da chiedersi se anche il numero di AR non dovesse venire conseguentemente rivisto al ribasso. Non ci risulta che sia stato fatto.

Altre caratteristiche della convenzione dell’AUSL Bologna per gli assistenti religiosi sono simili a quelle già esaminate per il Sant’Orsola. Il “servizio di assistenza religiosa gode di “piena autonomia operativa con dipendenza esclusiva dal Vescovo” e prevede “amministrazione dei sacramenti, cura delle anime, catechesi e esercizio del culto”. Per quanto assurdo, queste attività religiose vengono pagate dall’ospedale e di conseguenza preziose risorse sono sottratte ai servizi medici e infermieristici. Agli assistenti religiosi “sono garantiti l’uso di una cappella e di un ufficio con relativi arredi, attrezzature e accessori”, nonché alloggio e servizi a un canone irrisorio (su richiesta). In ogni caso “le usuali spese di culto, nonché quelle della conservazione degli arredi, suppellettili e attrezzature occorrenti per il funzionamento del servizio, la manutenzione ordinaria e straordinaria, le pulizie, nonché le spese di illuminazione e riscaldamento di tutti i locali adibiti al servizio di assistenza religiosa, sono a carico dell’Azienda“.

Può suonare beffardo: nella convenzione è scritto che “il servizio di assistenza religiosa è gratuito”. Tanti purtroppo pensano che lo sia, ma come abbiamo mostrato è pagato dai contribuenti a benificio della Curia e dei soli e sempre meno numerosi pazienti cattolici.
Rinnovando l’auspicio che il consiglio regionale abolisca le norme che obbligano gli ospedali a versare fondi pubblici alla Curia, riportiamo di seguito  il link per scaricare il testo della convenzione che abbiamo commentato.

Convenzione tra l’Azienda USL di Bologna e l’Ordinario diocesano di Bologna per la disciplina del servizio di assistenza religiosa cattolica presso gli stabilimenti dell’Azienda USL di Bologna. Periodo 2005-2006

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Assistenti religiosi e suore: le onerose convenzioni dell’ospedale Sant’Orsola

22 dicembre 2013

Chi pensa che gli assistenti religiosi cattolici che circolano negli ospedali facciano volontariato si deve ricredere. Del costo pubblico che sostiene ogni anno l’ospedale Sant’Orsola per personale scelto dal card. Caffarra e dedicato al culto cattolico ne avevamo già parlato a marzo, riprendendo un articolo di Repubblica. Ora siamo però entrati in possesso dei testi delle convenzioni vigenti. Oltre a quella firmata con il cardinale, ne spunta anche un’altra, anche questa in essere da anni (forse da decenni) firmata con le suore dell’Immacolata concezione.

Card Caffarra al Sant'Orsola (archivio Regione)

Card Caffarra al Sant'Orsola (archivio Regione)

Partiamo dalla convenzione con l’Arcidiocesi.
Anche in tempi di crisi l’ospedale retribuisce con il “trattamento economico del settimo livello” (art. 6 della convenzione) cinque assistenti religiosi scelti dal card. Caffarra. Totale di spesa annua: 127.926,00 euro. Degno di nota anche il fatto che somma venga consegnata in rate trimestrali all’ordinario diocesano, non direttamente ai cinque religiosi. Inoltre (art.4) agli assistenti religiosi è permesso far entrare in ospedale e nei “locali di degenza” sacerdoti, diaconi e laici — nel senso di religiosi non facenti parti del clero — con semplice comunicazione dei loro nominativi. Non ci risulta che tale libertà d’azione all’interno di un ospedale sia concessa ad altra organizzazione non istituzionale.

L’ospedale si impegna formalmente a pubblicizzare il servizio di assistenza religiosa cattolica. Lo fa ad esempio con una pagina sul proprio sito, dove si possono leggere i servizi messi a disposizione: messe, confessioni, battesimi. Nella pagina si parla di “servizi religiosi”, ma non è specificato che l’unica religione prevista è quella cattolica. Non risulta poi che l’ospedale metta a disposizione servizi di assistenza morale o psicologica per atei e agnostici. Comunque la si voglia considerare, siamo di fronte a una discriminazione per pazienti e personale ospedaliero non cattolici.

Particolarmente interessanti sono le ultime righe dell’art.4: “eventuali esigenze terapeutiche non possono, in caso di pericolo di vita, impedire agli assistenti religiosi o ai loro collaboratori di svolgere il proprio ministero, qualora sia richiesto dai ricoverati o dai loro congiunti che li assistono”. In pratica per esigenze religiose cattoliche, avanzate anche da un congiunto, l’ospedale si impegna a interrompere cure salvavita! Ben venga la libertà di scelta su come morire, è anche una rivendicazione dell’Uaar. Ma è inaccettabile che questo sia garantito, con tanto di impegno scritto, solo per esigenze religiose messe in pratica da incaricati della Curia.

Non ci si limita a retribuire gli assistenti religiosi cattolici come personale ospedaliero. Gli artt. 7 e 8 della convenzione garantiscono: cappella, alloggi con servizio di pulizia e cambio biancheria, sala riunioni, accesso alla mensa a prezzo convenzionato, bagde ufficiale dell’ospedale, pagamento assicurazione infortuni, agevolazioni per il parcheggio. Oltre alla copertura di tutte le spese ordinarie e straordinarie per il culto. Sarebbe interessante quantificare queste spese sostenute dall’ospedale, inevitabilmente sottratte alle cure di tutti i pazienti, quando invece potrebbero essere benissimo poste a carico dell’Arcidiocesi di Bologna.

Si affronta inevitabilmente anche la questione privacy (art.10): ovviamente gli assistenti religiosi non la devono violare. Ma di fatto l’ospedale consente loro l’accesso a dati estremamente sensibili, affrontano anche situazioni di “conflitto di interessi”: si pensi alle donne che chiedono la pillola del giorno dopo, o sono ricoverate per una interruzione di gravidanza o alla stessa possibilità di “schedare” il personale non obiettore. Non solo: come già detto agli assistenti religiosi è permesso nominare loro collaboratori e anche questi avranno libero accesso ai locali di degenza.

Veniamo ora a esaminare i punti salienti della convenzione con le suore dell’Immacolata concezione.
In questo caso non c’è una retribuzione diretta, e maliziosamente si potrebbe ipotizzare che il fatto che siano donne abbia un peso. Sono presenti comunque una serie di condizioni poco compatibili con la modernità. Perché mai un servizio di “umana solidarietà” per persone “in situazioni di disagio umano” è affidato in esclusiva a un ordine religioso? Perché solo alle suore (di norma sei) viene offerto gratuitamente alloggio arredato e relativa manutenzione ordinaria e straordinaria, biancheria, utenze, due pasti giornalieri? Davvero l’Azienda osperaliero-universitaria non potrebbe accettare altri volontari alle stesse condizioni, o lasciare operare i servizi sociali, i giovani del servizio civile o anche tirocinanti universitari del Dipartimento di psicologia?

Nonostante il nome apparentemente laico di servizio di “umana solidarietà”, di fatto la convenzione prevede la collaborazione tra suore e assistenti religiosi per le attività di culto. E questo anche se la stessa convenzione specifichi in modo un po’ surreale che le suore devono operare a prescindere dalle convinzioni religiose. Anche per le suore è infine previsto il badge dell’ospedale, che le fa apparire a tutti gli effetti come inquadrate nel sistema sanitario nazionale.

Di seguito si possono consutare le convenzioni che abbiamo illustrato. Le basi normative non fanno capo al Concordato, ma a una semplice legge regionale, la nr. 12 del 1989. Ci sarà qualche consigliere regionale che rimedierà a questa ennesima ingerenza clericale con relativa e inevitabile sottrazione di soldi pubblici?

Ecco i testi delle convenzioni:

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Sant’Orsola: assistenti religiosi al posto di infermieri

29 marzo 2013

Repubblica informa che anche per il 2013 “il policlinico Sant’Orsola ha rinnovato la convenzione annuale di quasi 128mila euro con la diocesi di Bologna“. Soldi pubblici usati per retribuire cinque “assistenti religiosi” scelti dal card. Caffarra, il quale ha firmato per la Curia l’ennesima convenzione tipica del malcostume clericale italiano.

Card Caffarra al Sant'Orsola (archivio Regione)

Card Caffarra al Sant'Orsola (archivio Regione)

Può stupire la cittadinanza venire a sapere che nella Sanità pubblica, anche in periodo di crisi, si assumano preti al posto di infermieri. Ma di certo non soprende l’Uaar. Nell’ambito dell’inchiesta icostidellachiesa la nostra associazione denuncia questo assurdo esborso di denaro pubblico, stimando in 25.000 euro il costo medio di ogni “assistente religioso”. Stima prudenziale, puntualmente confermata dalle cifre pagate dal Sant’Orsola alla Curia per il 2013. Sempre l’Uaar, su L’Ateo 6/2011 (78), pubblicava una panoramica sui costi dell’assistenza religiosa cattolica negli ospedali italiani, regione per regione, nell’articolo di Marco Accorti “I casti costi”.

Tornando al nostro territorio, grazie anche alla documentazione disponibile su Marzaforum sappiamo che nel 2010 le aziende sanitarie dell’Emilia Romagna hanno speso almeno 2.297.049,52 euro per gli “assistenti religiosi” scelti dalla Curia.
È la legge regionale 12/1989 che prevede l’assunzione di questo anacronistico personale nelle aziende sanitarie attraverso intese con autorità religiose (cattoliche). Preti, frati, diaconi o altri religiosi a scelta esclusiva del vescovo vengono così retribuiti come infermieri di 7° livello. La loro presenza tra le corsie, da sempre più cittadini ritenuta fuori luogo (quando non sgradita o invadente), viene comunemente immaginata come svolta per puro volontariato. Ma la realtà è ben diversa: paga il contribuente.

É previsto un “assistente religioso” ogni 200 posti letto. E a loro beneficio si aggiungono ulteriori spese per uffici, luoghi di culto, appartamenti, buoni pasto, parcheggi riservati, servizi di pulizie. Il tutto grava sul bilancio della già dissestata Sanità pubblica.
In un paese civile il denaro pubblico dovrebbe essere usato per l’assistenza psicologica, a beneficio di tutti i pazienti, cattolici e non cattolici, credenti e non credenti. Alle necessità religiose dei ricoverati dovrebbero provvedere le confessioni religiose, con risorse proprie a senza privilegi. Chiediamo alla Regione di rivedere al più presto la legge 12/1989 e di assumere infermieri, medici, psicologi al posto dei religiosi scelti dal card. Caffarra.

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